Newsletter Confprofessioni N.6 - 27 luglio 2008
   
 
MENEINFISCO
 
AHI, AHI, CHE MALE LE FRECCE DI TREMONTI

Il decreto fiscale varato dal ministro dell'Economia punge banchieri, petrolieri e cooperative. Svelando un sistema di privilegi e favori che ora rischia di franare.
Sotto i colpi di Robin Hood.


L'avevano dipinta come una «manovra balneare», interventi di piccolo cabotaggio per tirare a campare e farciti da slogan di facile presa mediatica e dalle consuete polemiche che accompagnano il decreto fiscale e il documento di programmazione finanziaria in vista del solito «autunno caldo» che anticipa la Finanziaria di fine anno. Quella vera. Eppure... spigolando qua e là il decreto legge 112/08, la cosiddetta «manovra d'estate», si ha la lieve sensazione che il vento stia girando. Qualcosa sta cambiando. Forse è un'illusione ottica estiva. O forse il Palazzo si è reso conto che Professioni e Pmi sono la vera colonna vertebrale del Paese.

Il «Patto» di Tremonti
Il decreto fiscale approvato nei giorni scorsi ha fissato una serie di provvedimenti in materia di finanza pubblica e di misure tributarie che mettono al centro lo sviluppo economico. La mano del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha tracciato due direttrici che potremo sintetizzare da un lato nell'abolizione dei privilegi e delle agevolazioni a favore di banche, assicurazioni, cooperative e manager di «alto livello»; dall'altro, nell'eliminazione di adempimenti inutili e costosi, nel contenimento della spesa e nella semplificazione delle procedure, nella revisione delle norme sulla tracciabilità di incassi e pagamenti e nello snellimento della normativa sul lavoro e degli studi di settore. Sembra di rileggere le considerazioni che Confprofessioni ha indicato nel suo «Patto per lo sviluppo» illustrato ai politici delle due coalizioni nei mesi precedenti le elezioni. Ci torneremo.
Qui, val la pena riflettere sul taglio dei privilegi a una ristretta casta di contribuenti che davanti al Fisco sono «più uguali» di altri; ovvero la loro «capacità contributiva», sulla base della quale dovrebbero concorrere alla spesa pubblica, chissà come mai, è diversa rispetto ai comuni mortali. No, non stiamo parlando di pensionati, di famiglie numerose o di persone con basso reddito, ma dei banchieri, dei petrolieri, dei dirigenti e mettiamoci pure le coop.

La coop sei tu
Con la manovra, le cooperative e i loro consorzi vedranno passare la loro percentuale di esenzione fiscale dal 70 al 45%. Per capirci, fino a oggi questi soggetti pagavano le tasse solo su 30 euro per ogni 100 euro di utile; con la manovra pagheranno le imposte su 55 euro ogni 100 di profitto. Certo, l'imponibile dei professionisti si calcola sul 100% di quello che guadagnano, oltre a una serie di spese che non possono dedurre, come il 50% dei costi di formazione obbligatoria. E poi dicono «La coop sei tu». Come inizio non c'è male. Ma andiamo avanti.
Le cooperative possono raccogliere ingenti somme, fino a 41 mila euro per socio, sottoforma di «prestiti sociali». Nessun problema, ma finora gli interessi pagati sul «prestito soci» erano soggetti a una ritenuta del 12,50% a titolo d'imposta, garantendo una maggior redditività grazie al divario di tassazione degli interessi. Per inciso, gli altri contribuenti, quelli che non finanziano le coop, pagano una ritenuta del 27% su obbligazioni, certificati di deposito, conti correnti bancari e postali. Ora, quella delle coop è stata portata al 20%.

Robin Hood e la foresta pietrificata
Il decreto Tremonti ha portato a galla un'altra aberrazione fiscale, finora rimasta sommersa nel paradiso bancario. O mummificata nella «foresta pietrificata», come Giuliano Amato definì il settore del credito quando presiedeva l'Antitrust. Le società che fanno parte di gruppi bancari, assicurativi ovvero operanti in regime di esenzione Iva non solo non pagavano detta imposta sui canoni di locazione degli immobili affittati a società infragruppo, ma nemmeno quella proporzionale di registro, come fanno di regola i normali contribuenti, in deroga al principio generale di alternatività tra Iva e imposta di registro proporzionale. La freccia di Robin Hood non ha colpito il bersaglio grosso, ma adesso le banche dovranno pagare almeno l'imposta proporzionale di registro. Con buona pace di quanti, dopo la Finanziaria 2006, si trovano costretti a sborsare sia l'una che l'altra.
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