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MENEINFISCO |
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LA PRIVACY? UNA LEGGE A GEOMETRIA VARIABILE
L'agenzia delle entrate pubblica su Internet i redditi degli italiani. Il ministro Brunetta mette alla berlina i lavoratori fannulloni del pubblico impiego. Che fine ha fatto il trattamento dei dati sensibili? È rimasto solo tra gli obblighi dei professionisti.
Prima il responsabile dell'Agenzia delle Entrate, Massimo Romano, che ha pubblicato on line i reddditi 2005 dei contribuenti italiani; poi, il ministro dell'Innovazione e della Funzione Pubblica, Renato Brunetta che, con il consenso del Garante della Privacy, ha reso noti i dati sull'assenteismo dei dipendenti pubblici, svelando una media impressionante: 63 giorni di assenza dal lavoro in un anno, hanno portato a galla i limiti di una legge sulla privacy a geometria variabile.
Facciamo un passo indietro. Nell'ottobre 2006 i quotidiani nazionali avevano dato ampio risalto alle soffiate sulla posizione fiscale dell'ex premier Romano Prodi e della moglie Flavia, insieme con una ventina di altri personaggi importanti, pescate direttamente dai dati dell'anagrafe tributaria. Una pruderie bipartisan che allora fece scattare indagini in mezza Italia. Il pm milanese Francesco Petre ha sguinzagliato per mesi lo Scico della Guardia di Finanza, che ha effettuato 250 perquisizioni, indagando 127 persone e segnalando altri 200 impiegati civili, sottoposti a provvedimenti disciplinari. Parallelamente, sul fronte politico si alzarono le barricate: il senatore Gavino Angius aveva manifestato «Profonda preoccupazione» per lo «spionaggio» di dati pubblici; il leader del Pdci, Oliviero Diliberto affermava che «di fronte a vicende spionistiche così torbide si resta sgomenti» e pure l'ex vice ministro alle Finanze Vincenzo Visco definiva l'accaduto «spionaggio politico consapevole». Che la definizione di spionaggio dipenda dalla titolarità dei redditi spiati?
Le ultime vicende legate alla pubblicazione dei dati sensibili mostrano ancora una volta la doppiezza di una legge che si presta a molteplici usi e interpretazioni, a seconda delle opportunità della casta politica, ma che rimane inflessibile quando si tratta degli obblighi imposti alle categorie professionali. La normativa sulla privacy, infatti, impone a ogni professionista che effettui operazioni di «raccolta, registrazione, organizzazione, conservazione, elaborazione, modificazione, selezione, estrazione, raffronto, utilizzo» di qualsiasi informazione relativa alla persona fisica, giuridica, ente o associazione è soggetto a norme che disciplinano detto trattamento. E dentro i cosiddetti «dati sensibili» c'è di tutto: origine razziale o etnica, religione, opinioni politiche, adesione a partiti, associazioni o sindacati, ovvero stato di salute e vita sessuale, fino agli atti giudiziari.
Gli adempimenti cui i professionisti devono sottostare sono innumerevoli (e costosi): dalla consegna scritta dell'informativa sulla privacy, alla raccolta del consenso scritto, all'eventuale autorizzazione del Garante, alla Notificazione al medesimo, sino alle misure di sicurezza. Adempimenti che si traducono poi in procedure complesse e macchinose: dall'applicazione di password personali su ogni pc, alle credenziali di autenticazione, dall'individuazione (periodica) degli incaricati al trattamento, alla protezione dei dati da accessi non consentiti (comprese eventuali sbirciatine alle pratiche sulle scrivanie). E ancora chiavi, appositi armadi, codifiche delle anagrafiche per renderle criptate, procedure di custodia delle copie di sicurezza (blindate, in senso tecnico), tenuta del Documento Programmatico sulla Sicurezza (da aggiornare annualmente), fino alla obbligatoria adozione di tecniche di cifratura o codici identificativi per i trattamenti dei dati relativi allo stato di salute o vita sessuale. Basti pensare alle problematiche di chi lavora con i redditi dei soggetti, che optano per scelte di destinazione dell'8 o del 5 per mille, coi loro dati anagrafici, familiari e patrimoniali, per non parlare di chi opera nel settore salute e sanità, ovvero diritto e giustizia. Dulcis in fundo, le sanzioni per eventuali 'violazioni”, che vanno da diverse migliaia di euro a pene detentive fino a 3 anni.
E mentre i professionisti lottano (e spendono) per rispettare le norme, l'Agenzia delle Entrate pubblica su Internet i dati reddituali degli italiani. |
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