Newsletter ConfProfessioni n.1 - 6 febbraio 2008
   
 
FOCUS
 
Chi rappresenta i professionisti?
La riforma in panne, i veti incrociati del Colap, il tentativo maldestro del Cup. E il ruolo della Confprofessioni.


Ancora una volta siamo al muro contro muro. Il massimalismo ultraconservatore del Comitato unitario delle professioni (Cup), il braccio "politico" del sistema ordinistico, contrapposto alla guerrilla del Colap, propaggine confindustriale dei "senza albo", blocca la riforma delle professioni, da almeno un decennio. In questo scacchiere, ingessato dai veti incrociati e dalla strenua difesa di riserve corporative, Confprofessioni sta guadagnando posizioni: la sua realpolitik avrebbe giá sbloccato il sistema delle attivitá intellettuali tre anni fa, fin dalla prima bozza Vietti e ancora oggi, nonostante le incertezze del quadro politico, si batte per approvare la "legge Mastella", abbondantemente rimaneggiata da Mantini e Chicchi, che hanno accolto gli emendamenti proposti della nostra Confederazione.
Gli schieramenti in campo. Il Colap è un rassemblement di tipo associazionistico spontaneo e racchiude una variegata sfilza di sigle e categorie, che premono dal basso per ottenere un riconoscimento professionale, ancorché un accreditamento istituzionale presso i gangli centrali del potere. Caratteristica che lo rende simile al Cup che, però, nasce come gemmazione degli albi e ordini professionali ed è espressione dei loro massimi vertici. A ben guardare, il Comitato unitario è una risposta intelligente all'istanza del legislatore di disboscare la pletora di soggetti chiamati ai tavoli di confronto con Governo e Parlamento. Purtroppo il Cup ha le sembianze di un Giano bifronte: un soggetto ibrido, un po' pubblico e un po' associazionistico, dall'incerta o nulla personalitá giuridica.
Per capire fino in fondo gli obiettivi o le aspirazioni di entrambi gli schieramenti occorre analizzarli fino in fondo, sezionare i loro cromosomi e isolarne il Dna. Cup e Colap si propongono di rappresentare le professioni come corpus curricolare, disciplinare, scientifico e deontologico; potranno essere loro i candidati alla tutela degli interessi generali dello Stato e dei cittadini; organismi super partes tra mercato e professione. Se il modello è questo, i due soggetti saranno obbligati molto presto a definire istituzionalmente la loro natura e circoscrivere i loro compiti, abbandonando ogni velleitá di rappresentanza delle categorie sottostanti, anche per non scadere in un palese e anacronistico conflitto di interessi.
Il nodo della rappresentanza. Siamo alla questione centrale. In un ambiente di assoluta trasparenza, le dinamiche di mercato, ancor prima del dettato normativo, rischiano in prospettiva di isolare i "lavoratori del sapere" dal contesto economico e legislativo che ruota intorno al sistema delle relazioni bilaterali tra Governo e parti sociali. Oggi esiste un immenso vuoto di rappresentanza di interessi diffusi e legittimi delle categorie professionali, intese come comparto produttivo in costante progressiva mutazione, che navigano a vista. In ampia parte, questo vuoto è stato colmato dalla Confprofessioni, che si è accreditata come il soggetto più strutturato e rappresentativo vocato alla tutela delle istanze degli iscritti agli albi professionali e, più in generale, dell'intero comparto delle attivitá intellettuali.
Eppure si percepisce come la domanda di rappresentanza sia assai più vasta e articolata di quanto fino a oggi non si sia voluto considerare. Lo dimostrano, per certi versi, le 80.000 firme (il 7% degli iscritti agli albi che in totale sono circa 1.200.000) raccolte dal Cup, a sostegno della loro proposta di legge, peraltro naufragata senza lasciar traccia in Parlamento. Tuttavia, l'iniziativa del Comitato unitario è il sintomo di una pericolosa duplicazione di ruoli da parte del sistema ordinistico. La raccolta di firme, sostenuta dagli Ordini e protrattasi per lungo tempo, si è tramutata nel primo vero censimento di adesione alla politica del Cup da parte degli iscritti agli albi, liberi professionisti o dipendenti. Un tentativo maldestro di contarsi, di dotarsi di un serbatoio di consenso, rispolverando stantie formule che assomigliano tanto alle vecchie "tessere di partito".
In realtá, l'esibizione muscolare dei vertici ordinistici appare più il tentativo di mascherare una debolezza strutturale dell'attuale sistema professionale, incapace di incidere sulle carenze endemiche dei propri modelli di governo, proprio quando servirebbe una profonda azione di rinnovamento, capace di regolamentare e disciplinare l'evoluzione dei codici e dei comportamenti tra professionisti e mercato.


(Giovanni M. Vencato, coordinatore Gruppo di lavoro sulla Riforma)
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