Newsletter ConfProfessioni n.1 - 6 febbraio 2008
   
 
EDITORIALE
 
Potremmo esordire con una citazione classica: la situazione è drammatica, ma non seria. E la caduta del governo Prodi, insieme alla ormai consumata liturgia delle consultazioni post-quirinalizie, non è che soltanto la vetta più alta e opaca di un iceberg alla deriva. Sotto il pelo dell'acqua, si naviga in un asfissiante mercato al ribasso, alimentato dalla paralisi decisionale di una certa classe dirigente e sostenuto da un'irrefrenabile tendenza all'apatia sociale. Un terreno profondo e fertile dove allignano saltimbanchi e profeti sempre a caccia di un posto al sole. In questo numero de Il libero professionista ne incontreremo alcuni.
Trenta denari in busta paga. Se proviamo ad allargare la stessa prospettiva ai meccanismi che regolano le relazioni nel mercato del lavoro, l'offensiva lanciata dal sistema industriale agli attuali modelli contrattuali conferma, per un certo verso, la persistente spinta ribassista anche sul tavolo del Welfare. Lo scorso ottobre, nel bel mezzo della vertenza con i metalmeccanici, la Fiat inaugurava la stagione degli "aumenti unilaterali", infilando nelle buste paga dei propri dipendenti 30 euro a titolo di anticipo dei futuri aumenti per il rinnovo del contratto nazionale. Che i modelli contrattuali vigenti fossero oggetto di una profonda rivisitazione critica da parte delle imprese e dei sindacati (ovviamente per ragioni e posizioni diverse) non sorprende ormai più nessuno. Ma spiazza il metodo e, soprattutto, la tattica politica dell'industria, che ha buttato nel campo dei sindacati un macigno pesantissimo, aprendo un varco profondo, non più rimarginabile, sui nuovi modelli contrattuali e, forse, sull'attuale sistema delle relazioni sindacali.
Il metodo e il modello. La scivolosa strada degli "aumenti unilaterali" sembra più progettata per far sbandare la già precaria unitarietà del sindacato che non rispondere a precise istanze salariali dei lavoratori: 30 euro in più nello stipendio non spostano di un millimetro la scomoda posizione reddituale del lavoro dipendente, peraltro già falcidiata da trattenute e gabelle di vario tipo. E qui l'annuncio liberatorio del governo Prodi di una riduzione delle aliquote Irpef in busta si è strozzato nella gola dei dipendenti (e pensionati) in una frazione di secondo, il lasso di tempo di tempo tra il suddetto annuncio e la caduta dell'esecutivo. E adesso si riparte da zero.
All'unisono, i vertici confindustriali hanno agganciato al carro della vittoria del contratto dei metalmeccanici, il binomio salario-produttività come standard inderogabile per i contratti prossimi venturi, rilanciando sul tavolo del Welfare la loro piattaforma a base di straordinari detassati e accordi aziendali e, ancor più raffinatamente, relegando la contrattazione nazionale a una episodica cornice minimalista, priva di contenuti economici. Posto che la produttività delle imprese italiane non brilla per sprint e intensità, nel modello confindustriale – in parte già metabolizzato dai sindacati confederali - resta scoperto il nucleo centrale, l'essenza della contrattazione stessa, il capitale umano. Qui non si discute la rigidità e la conflittualità dei modelli avviati nel 1993 o l'assoluta e condivisa necessità di superare schemi obsoleti e, francamente, fuori mercato; qui si tratta di capire come e dove verranno destinati i 650 milioni di euro stanziati dal Protocollo del Welfare per la contrattazione di secondo livello e altri 150 milioni per la detassazione del premio di risultato.
Dalla contrattazione collettiva alla contrattazione soggettiva. Si vuole andare oltre la contrattazione collettiva? Benissimo, ma come? Il 6 febbraio 2008 la Confprofessioni, parte sociale in rappresentanza del comparto professionale dal 2001, ha portato sul tavolo governativo semplici proposte, anche in vista del rinnovo del Ccnl per i dipendenti degli studi professionali, contratto unico di settore, scaduto il 30 settembre 2007. Insieme agli istituti giá previsti dal contratto della categoria (formazione continua, assistenza sanitaria supplementare integrativa e previdenza complementare), la Confederazione sta cercando di innalzare il baricentro del capitale umano e intellettuale nel comparto professionale, attraverso una reale visione delle esigenze, non solo reddituali, dei suoi dipendenti. Negli studi, ma anche in tutto il mercato del lavoro, l'ipotesi di agganciare il salario alla produttivitá appare solo una stravaganza statistica se non si interviene realmente e profondamente sul sistema di tassazione del lavoro dipendente. Certo, avremmo buste paga più pesanti, ma avremmo anche dipendenti ancor più insoddisfatti, che vedranno sfilare sotto il loro naso la sproporzionata fetta che lo Stato, comunque pervasivo, pretende.
Forse, è arrivato il momento di ragionare davvero su nuovi modelli che mettano al centro della trattativa le istanze del singolo dipendente, a prescindere dalla territorialitá, dalla produzione e persino dall'azienda. Vogliamo valorizzare il soggetto come tale, si badi, non è una personalizzazione del contratto, ma un salto in avanti che consentirá agli studi, e anche alle imprese, di affrontare il contesto competitivo con le migliori forze nell'ottica di una diffusa ed equa crescita sostenibile. Pensiamo a un meccanismo di incentivi (ce ne sono centinaia) calibrati sul merito oggettivo che incidano non sulla busta paga, ma sulla capacitá di spesa dei singoli dipendenti e delle loro famiglie. Senza scomodare la "sindrome della terza settimana". Per i professionisti sta maturando il momento di passare dalla contrattazione collettiva a quella soggettiva. Ma il passaggio non sará semplice, soprattutto se le altre parti sociali in campo continueranno a giocare al ribasso. Un'utopia? La situazione è seria, ma non è drammatica.
Buona lettura,




(Gaetano Stella, Presidente Confprofessioni)
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