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EDITORIALE |
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Noi c'eravamo. Lo scorso 20 maggio Confprofessioni ha partecipato al tavolo tra Governo e Parti Sociali, convocato dal sottosegretario Gianni Letta, dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti e dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi per discutere i primi interventi di rilancio dell'economia del Paese. L'incontro ha sancito la riapertura del confronto tra istituzioni politiche e attori economici del Paese, secondo il consueto protocollo consultivo, con il governo ad illustrare la sua manovra d'azione e le parti sociali a prendere appunti.
In campo economico, la detassazione degli straordinari e dei premi di produttività rappresenta un primo passo verso la giusta direzione: confermata la cedolare secca del 10% sulle ore lavorate in più e sui premi legati alla produttività. L'aliquota agevolata si applica su un plafond non superiore a 3.000 euro per i redditi fino a 30 mila euro percepiti nel 2007 e attestati dalla dichiarazione dei redditi. Esclusi tutti i lavoratori statali. Tuttavia, il percorso intrapreso dall'esecutivo non potrà prescindere da ulteriori tappe in grado di restituire maggior potere d'acquisto alle buste paga dei dipendenti, soprattutto per quelle dei giovani e delle donne, che rappresentano la maggioranza dei lavoratori degli studi professionali.
L'altro capitolo riguarda la possibilità per oltre 1,2 milioni di famiglie di rinegoziare i mutui prima casa a tasso variabile accesi prima del 2007. La misura è frutto di un accordo tra il ministro Tremonti e l'Abi, l'Associazione bancaria italiana, che entrerà in vigore dal prossimo anno. C'è tutto il tempo quindi per consentire alla lobby bancaria di addomesticare il provvedimento e assicurarsi pingui commissioni sui tassi fissi.
L'impronta data dal premier Silvio Berlusconi di voler affrontare di petto i problemi del Paese è sicuramente apprezzabile, ma si scontra inevitabilmente con i precari equilibri di un sistema economico e sociale ancora fragile e farraginoso. Per uscire dalla cronica fase di emergenza nazionale (dalle famiglie alle imprese, dai lavoratori ai professionisti), il governo ha di fronte a sé due opzioni di fondo: il pugno di ferro o il dialogo. La prima soluzione è assai suggestiva e, in qualche misura, potrebbe alleviare per esempio quelle distorsioni economiche e fiscali che gravano sul portafoglio delle famiglie (come l'abolizione dell'Ici), dei datori di lavori (in attesa dell'abolizione dell'Irap), ma è difficilmente praticabile in altri settori economici più complessi, che richiedono il sostegno di professionalità e competenze multidisciplinari, pensiamo al Welfare, al mercato del lavoro, alla sicurezza, alle realizzazione di infrastrutture e alla giustizia. Materie sulle quali, dal confronto tra Governo e Parti sociali può scaturire un nuovo modello di sviluppo virtuoso per il Paese. Certo, anche in questo campo occorre fare un po' di pulizia. È la tesi sostenuta dal sottosegretario Letta all'incontro del 20 maggio scorso: «Bisogna cambiare il metodo della concertazione». Attezione, però, non dev'essere in discussione il modello concertativo, ma il metodo appunto: troppe sigle intorno al tavolo (se ne contano almeno una quarantina) rischiano di ingolfare il processo normativo che sta a monte del confronto dialettico tra governo e parti sociali. In questo ambito Confprofessioni, in una lettera aperta al Governo, pubblicata dal quotidiano Italia Oggi il 12 giugno, ha lanciato la proposta di trasformare il «tavolo della concertazione» nel «tavolo dello sviluppo». Una riforma radicale della concertazione che premi davvero il sistema della rappresentanza di determinate categorie sociali ed economiche. Non dobbiamo, infatti, confondere le lobby da quelle organizzazioni che hanno un pieno mandato di rappresentanza di interessi legittimi di categorie riconosciute dalla Carta costituzionale. Non vorremmo che gli sforzi messi in campo dai professionisti negli ultimi anni per veder riconosciuto il loro ruolo di Parte Sociale del Paese, venissero spazzati via dal furore di semplificazione su cui soffiano troppi soggetti interessati a escludere i lavoratori della conoscenza dal nuovo contesto politico ed economico italiano. A partire dal 1999 Confprofessioni ha lavorato sodo per portare i professionisti intorno ai tavoli che contano e non ha alcuna intenzione di cedere il passo proprio ora che cominciano a manifestarsi sinergie con il sistema politico, imprenditoriale e sindacale italiano. Il percorso di crescita del comparto professionale (+330 mila iscritti negli ultimi 10 anni) è stato accompagnato da uno sviluppo organico della Confederazione: dalla costituzione degli enti bilaterali, articolati in tre organismi che toccano formazione (Fondoprofessioni), assistenza sanitaria (Cadiprof) e previdenza (Previprof) fino al progetto di una rete capillare sul territorio che parte dalla sede nazionale di Roma, passa per il desk europeo di Bruxelles e arriva all'apertura della nuovissima sede della Lombardia a Milano. E siamo solo all'inizio.
Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni |
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